Visualizzazione post con etichetta senso. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta senso. Mostra tutti i post

giovedì 3 luglio 2014

Cenni di orientamento nel casino che è la cultura (parte III)


Quello che rimane.

Non rimane più niente da dire. Idealmente, del resto, qui non rimarrebbe più niente proprio. La prateria della disappropriata produzione di senso in seno alla verità umana è qualcosa di strutturalmente non delimitabile. In effetti, può darsi che nel percorrerla saremo magari visitati dalla peculiare consapevolezza che è la produzione stessa che dice noi - mercé il saussuriano e poi ancor più wittgensteiniano rapporto fra significante, altro e significato - di modo che il lavoro stesso trovi la propria creatività nello sgambettarsi e giocarsela con il "supposto sapere"; una sorta di plusvalore del pensiero, per il quale forse non dovremmo più nemmeno pensarlo attivamente. A sorpresa, la meta della nostra odissea sarebbe allora la dispensa dall'occuparsene. Ciò non sarebbe altro che il rovescio del limite interno ad ogni discorso culturale, inteso come il nocciolo duro che "non cessa di non scriversi" nel tuo parlar d'altro, e che altro non è, in fondo, se non la verità di ciò che, parlando, stai facendo. La filosofia, il discorso metadisciplinare o la logica del tuo lavoro non sarebbero altro che la dicibilità stessa di questo nucleo, da effettuarsi al momento di aprire un discorso nuovo; una logica, verrebbe da dire, come attrito costitutivo, la cui stessa formulazione provocherebbe un mutamento di paradigma, perché si limiterebbe a dire qualcosa che finora non era possibile pensare ma che era al tempo stesso il corpo superevidente della pensabilità. Questa logica forse, nel suo essere perennemente in viaggio, perennemente priva di un contenuto che non sia il proprio autosuperamento, potrebbe essere adatta a rendere l'idea del processo di crescita culturale. Può darsi che un autore come Deleuze, per citarne solo uno, abbia lavorato in questo senso (per quanto io per ora ne sappia). Come può darsi che il tuo stesso viaggio sconfesserà tutto quanto hai letto qui. Ma quello che qui hai letto non sarà stato vano. Finalmente, infatti, tu non potrai non rimasticare pure me, gettandoti ancora una volta au fond de l'Inconnu pour trouver - di nuovo - du nouveau.

PS. Carmelo Bene era un genio e un maestro terrificante (e pessimo). I miei link, se tutto va bene (male (Bene)) vi forniranno diversi incredibili problemi.


Prossimamente su questi schermi: niente.

Con la presente, opportunamente in ritardo di un giorno - ché la puntualità m'è donna - si chiude una prima stagione breve (come il secolo) di questo piccino bloggino. Gli affari riapriranno pressappoco intorno a ferragosto. Abbiate nel frattempo pietà di voi stessi, e spendete, voi, miei due dolci lettori (e qui, purtroppo, non è modestia) un ricordo per me!

mercoledì 25 giugno 2014

Cenni di orientamento nel casino che è la cultura (parte II)

La disciplina del guado

Benvenuti nella cultura in senso proprio. Ho la sensazione che non molti arrivino da queste parti, professori compresi. Qui lo scenario si complica: infatti qui cultura significa esigenza di coltivazione di sè mediante il forgiarsi di una strada nel caos, o anche l'inverso, che è la stessa cosa. E' essenziale che ci si renda conto che questo tipo di perdizione fa parte integrante del processo, e anzi nel corso del tempo ne diventerà la parte più interessante. Lo so, all'inizio il tutto era nato per l'esigenza di una "risposta", di una "soluzione", di un "interesse" specifico, che si presumeva avesse una fine. Ma quella era l'esca necessaria perché tu uscissi dal tuo guscio. Ora, invece, sei fra i grandi.
Traccerò anche qui tre consigli di base - in questo caso, però, non tanto in un ordine più o meno cronologico, ma semmai in un ordine di priorità logica: vale a dire, poiché i procedimenti che si metteranno in atto in questa fase sono più psicologici che materiali - non lineari e scarsamente algoritmizzabili - quelle che darò sono delle vaghe linee guida su dei principi fondamentali che potrebbero anche susseguirsi cronologicamente, ma che più in generale varrà semplicemente la pena di tenere presenti in quell'ordine di priorità. Va da sè che, in questa fase ancora più che nella precedente, ogni pretesa di completezza è volata fuori dalla finestra.

- Primo: rinunciare alla conoscenza. Questo passo è già piuttosto difficile, ma al tempo stesso è cruciale. Molte persone, giunte da queste parti, tendono naturalmente a cercare opinioni "forti" tramite cui assicurare la propria illusoria identità ad un'ipoteca di sicurezza (la cui verità ovviamente è la schiavitù). Che sia esoterismo, politica o l'ultima moda in tema di filosofia della mente - tutto pur di non prendere atto dell'infinito. Solitamente - e parlo anche per esperienza personale - questo tipo di reazione va a infilarsi in orrendi cul de sac fatti di enormi difficoltà psicologiche stirate fin quasi al punto di rottura. Guardati dagli eccessi della "coerenza". Al contrario, il processo che a noi qui interessa è un po' diverso: di nuovo, rinunciare alla conoscenza. Questo significa che si deve perdere ad un certo grado la fiducia che finora si era riposta in ciò che si stava studiando e apprendendo, e così facendo si deve accettare di perdere il potere (del tutto immaginario) che si pensava ad esso connesso. L'oggetto inafferrabile del desiderio (sì, di nuovo il vecchio primo punto), da vicino che sembrava, di colpo si fa completamente inafferrabile. E' un colpo basso, ma lo devi buttare giù. Avrai la sensazione di aver studiato e penato per niente, ma lo devi buttare giù. Quando avrai cominciato a dimenticare i dettagli o i libri o le nozioni imparate a memoria, avrai la sensazione di essere al punto di partenza (non è vero niente): butta giù. Il momento della confusione totale e del senso di essere completamente ignorante di tutto è il battesimo del fuoco di cui hai bisogno.

- Secondo: accorgersi della vita. Quasi inevitabilmente il passaggio alla sfera dell'infinito e la crisi della conoscenza come acquisizione cumulativa di controllo che esso comporta ingenereranno l'insorgere, all'interno di una sfera dell'io completamente investita nel "progetto cultura" - qualunque fosse la ragione originaria per investirvisi - ampie difficoltà psicologiche. In altre parole, questo è il momento in cui la vita inconscia, che, tramite il primo punto della prima fase, stava in effetti, non vista, alla base dell'avvio dell'intero processo, si riavvicina e quasi collide con la vita conscia, sfasciando le strutture di supporto del soggetto (che ancora non si comprende come impossibile e sempre da farsi). Questa fase è senza dubbio la più critica e dolorosa del processo. Può, in effetti, benissimo comportare il ricorso a psicoterapeuti e/o psichiatri vari. Il mio consiglio in merito è di non esagerare: si deve cioè comprendere che il loro ruolo può essere solo di coadiuvanti ad un riadattamento alla vita quotidiana; essi non possono risolvere il problema della "cultura" per te. Ma proprio l'incontro-scontro con la vita quotidiana deve diventare ora il tema centrale del processo. Quasi come se tutto quanto si fosse fatto finora fosse in effetti solo un elaborato trabocchetto per ricondurti a te stesso (non lo è, ma sembrerà così), la conseguenza primaria del reiterato rinunciare alla conoscenza, dell'alzare le mani e arrendersi, dello scoprirsi poveri, i più poveri, deve riportare violentemente il fuoco dell'attenzione proprio su ciò che nei mesi/anni/decenni precedenti era rimasto apparentemente sullo sfondo, negletto in quanto (si pensava) già superato: appunto, la vita quotidiana. La vita, viene da dire, "reale", di fronte a quelle che ora appaiono le "illusioni" della incontrollabile proliferazione dei punti di vista. Potrà sembrare, così facendo, di sigillare una definitiva rinuncia alla "cultura"; e sarà quasi così. Ma c'è un piccolo particolare di cui solo più tardi ci si ricorderà: tutti i problemi psicologici che ora stanno come diaframma fra te e la vita "normale" sono, in effetti, nient'altro che la raffinazione del tuo primo movente ad intraprendere la ricerca culturale stessa. Essi sono, a tutti gli effetti, il prodotto della tua ricerca, finalmente defunti dalla dimensione dell'astratto e nozionistico e in procinto di incarnarsi nella tua vita. A prenderli come la vera e propria tesi di laurea che ti aspetta, non ci si sbaglierebbe troppo, e questo anche se finora pensavi che si trattasse solo di studiare la storia della musica o l'etnologia dei nativi di Bali.

- Terzo: passare alla creatività. A questo punto, cioè, il compito, per quanto difficile e a volte doloroso, è segnato: si tratta di riuscire a far combaciare la dimensione patologica inaugurata dal disadattamento costitutivo frutto del passaggio alla sfera dell'infinito culturale con la propria vita concreta - fino, nel caso tu sia un genio e/o un po' folle, a non avere più quotidiano. A riguardo nutro la personale idea che ogni mezzo debba essere considerato lecito. Vale a dire che - fatto salvo un utilitaristico rispetto delle leggi e il massimo possibile di rispetto per gli altri, che dopo tutto stanno affrontando a loro volta un'odissea simile - è necessario in questa fase lasciare un po' fra parentesi le tentazioni di chiudersi a riccio intorno ad un'etica prestabilita o, Dio ce ne scampi, addirittura ad un qualche moralismo. Si tratta, in effetti, della stessa tentazione a livello pratico che trovavamo a livello teorico al primo punto. Lascia stare, non fuziona: se segui quella strada peggiorerai e non caverai un ragno dal buco. Il fatto è che in questa fase, costitutivamente, dovrai renderti conto che l'infinito sconvolgente a livello teorico-culturale riguarda per l'appunto e già fin dall'inizio la stessa dimensione pratica della vita. Di modo che l'abitudine, le leggi, le etiche dovranno, in questo processo di adattamento selvaggio al disadattamento costitutivo, rivelarsi per quello che sono: ausilii e sostegni, non regole assolute atte a censurare il pensiero. Detto in altre parole: si tratterà di scoprire che in etica si ragiona sempre "a posteriori" - un po' come per la filosofia secondo Hegel. O, il che è simile, si tratterà di scoprire che l'etica - guarda caso, proprio come la cultura - è un cantiere aperto, mai finito, sempre in costruzione. Credo che questa assunzione su di sè dell'infinito (in cui, non si dimentichi, "è dolce il naufragar") sia la capacità che più di tutte permette di inserirsi nella vita culturale dell'umanità. Di qui in avanti si stende la prateria accidentata e fascinosa della produzione del senso, quanto a dire ciò che sporge dal rapporto fra tu-persona e tu come soggetto di enunciazioni sempre da superare. Ed ora vedrai che tutto ciò che avevi studiato tempo addietro, unitamente a quanto ancora come un bambino studierai, ritornerà non più come albatross del controllo a chinarti la testa, ma semmai capacità di spiccare il volo dell'albatross che tu sei, reggendoti proprio sulle correnti del senso secreto dai voli di chi ti ha preceduto. Con un'avvertenza: guardati bene dal credere che, per l'appunto, si tratti di un processo finito ed esauribile, in cui si possa trovare una qualche perfezione. Se vogliamo il segreto finale è proprio questo: che ci saranno sempre difficoltà psicologiche, sempre qualche incoerenza fra teoria e prassi, sempre qualcosa da pensare o da fare. Ma per l'appunto ciò, se finalmente riesci a mandarlo giù, è l'ultimo boccone degli spinaci atti a rendere il tuo corpo, finalmente, relativamente, ma sacrosantamente creativo. Benvenuto a casa.

mercoledì 18 giugno 2014

Cenni di orientamento nel casino che è la cultura* (parte I)

*scritto da un tizio qualsiasi di cui non necessariamente fidarsi - quanto a dire un messaggio dall'universo stesso.

Introduzione.

L'idea è semplice: mi sono reso conto, parlando con le persone, a più riprese, nel corso degli anni, che quasi nessuno ha veramente una vaga idea di quanto vasto, complesso e insidioso sia il mondo della cultura umana. Affine alla frana di un infinito su di un altro, esso è forse il principale attentato alla salute mentale del tranquillo ancora biologico homo sapiens - finché, appunto, non si picca di capirci qualcosa sul senso della vita e, invece di chiudere il becco e andare a fare ricerca scientifica su argomenti che non gli interessano, si sforza di acquisire un certo dominio su qualche campo della storia espressiva umana: dalla letteratura alla filosofia, passando per tutto il resto.
Ah, dominio, che brutta parola. Già indica un fattaccio. Il dominio sull'infinito è infatti forse la forma di uno dei problemi caratterizzanti la modernità: confondere l'impossibile con un'esigenza biologica. Le istituzioni lo risolvono "fuorcludendo" (per dirlo in modo brutto e lacaniano) il soggetto: ecco l'università - dove appunto puoi studiare solo ciò che non ti interessa in un modo deciso da altri (sulla base del fatto che non gli interessa). Ma cosa accade se invece tu degli interessi - dei desideri - ce li hai?
In breve, ho deciso di realizzare questa piccola mini-guida, interamente e non scientificamente basata sulla quantità assurda di mie esperienze sottoscritte, a uso e consumo di chi stia pensando che tutto sommato questa cosa della cultura è carina e divertente (lo è, ma solo dopo essere stata atroce e fottuta), o che magari si sia già perso nei suoi meandri e attualmente si sfoghi solo con fantasie di suicidio (ma è meglio se evitate di farlo, persino Artaud persa per persa ha preferito impazzire).

Condizioni necessarie e quasi sufficienti.

In questa prima parte elencherò, senza nessuna pretesa di esaurienza, tre condizioni, più o meno in ordine di importanza cronologico, che a mio avviso regolano l'accesso stesso alla dimensione della cultura vera e propria (cioè cultura come coltivare, all'opposto di colonizzazione da parte di altri). Perché - premessa essenziale - avere in testa delle nozioni non è cultura: se così fosse chiunque passi l'esame di maturità sarebbe automaticamente un illuminista, un avanguardista o un poeta romantico. In effetti, il lavoro della cultura "vera e propria" è semmai proprio quello di masticare e macinare le nozioni - alla luce dell'esperienza, di altre nozioni, del linguaggio, della vita o anche di Gesù Bambino - in modo da spremerne in qualsivoglia spregiudicato modo un senso impiegabile nella vita propria e/o altrui. Senso che cambia, senso che defunge sempre (cosa a cui mi sembra il solito Lacan alludesse con la formula per la quale il Reale "non cessa di non scriversi"), ma che al tempo stesso da bravo carota di fronte all'asino funge da motore della storia nostra e altrui - fino magari a improbabili felicità, o alla peggio a essere capolavori.
Torneremo forse altrove e in altre vite su tutte queste questioni. Qui mi premeva elencare tre condizioni per cominciare anche solo a giocare a questo gioco.

Primo: iniziare lo studio di una qualsivoglia area della cultura non per motivazioni estrinseche o utilitaristiche; se possibile, persino non per motivazioni patologiche. In altre parole, il movente del tuo viaggio dev'essere già una forma in qualche modo depurata di desiderio. A mio modestissimo modo di vedere è impossibile capirci anche solo qualcosina nelle cose della vita (perché di questo con la cultura si tratta) se si inizia a studiarle per avere un cospicuo stipendio o per far felici mamma e papà. La ragione è semplice: gran parte del lavoro che ti attende non è accumulativo o direttamente costruttivo, ma negativo e controintuitivo. Se non sei mosso da un'esigenza autentica, non vorrai nemmeno iniziare e finirai a fare l'insegnante fascista alla scuola superiore.

Secondo: avendo a che fare con un'autorità che svolga la funzione in qualche modo di "maestro" (dal maestro di teatro al professore universitario - ma anche l'autore del libro che inevitabilmente leggerai!), sobbarcarsi il compito di mantenervi una relazione problematica. Questo essenzialmente significa non prendere per oro colato qualsiasi cosa egli dica, ma anzi tenere nella massima considerazione le tue esigenze (ricordate quelle del punto precedente?) e qualsiasi dubbio / obiezione / apostasi esse inspirino rispetto al "Discorso del Maestro". Non però ciò si deve tradurre in una semplice negatività o distruttività di un sospetto fine a sè stesso; non si tratta, cioè, di porre i problemi sul piano di una supposta relazione di potere. Al contrario, i problemi e le questioni devono tutte porsi sullo stesso piano della fonte di autorità del maestro: in pratica, si deve essere capaci al tempo stesso di apprendere da lui e di vagliare criticamente qualsiasi cosa egli dica come se si fosse già, in un certo senso, degli esperti del campo. Avvertenza: essendo questa mia richiesta, in senso assoluto, paradossale, va da sè che in questa fase si faranno inevitabilmente errori di giudizio e di percorso. Ma la cosa non fa problema, perché tanto invariabilmente si passerà a

Terzo: avere la forza e la lucidità di riconoscere che il maestro di turno - anche quello magari prediletto, giudicando a pelle - ha invariabilmente dei limiti. Tipicamente ciò si mostra in una certa rigidità in certi aspetti delle sue vedute, che mal si incastreranno con le proprie personali esigenze (sì, di nuovo il primo punto). Ma potrebbe essere di tutto; ciò che importa è che come conseguenza di questa inevitabile constatazione, si va in cerca di altri maestri che possano illuminare sui punti critici. Ma - e qui sta il busillis - inevitabilmente si dovrà essere capaci di rendersi conto che anche gli altri maestri hanno dei punti deboli. Si dovrà cioè rendersi conto che nessuno possiede La Dottrina (La Verità, Il Senso, ecc.); e si dovrà rendersene conto per davvero, completamente, e proprio su qualcosa che nel frattempo per te è diventato molto importante. La scoperta da fare è che i maestri non sono maestri - per definizione. Questo punto è a mio avviso cruciale, perché è proprio tramite il trovare il modo di superare la crisi che esso apre che si entra nel mondo della cultura vera e propria. Vale a dire: dell'infinito. L'infinito delle opinioni contrapposte, delle vedute incommensurabili, delle storie di storie di storie che si relativizzano a vicenda, del "non c'è una soluzione!". L'infinito, in pratica, della verità (umana (disumana)).

mercoledì 14 maggio 2014

Kulturkampf


Scrivere. Il flusso di coscienza. L'addormentamento della coscienza. A cosa serve scrivere? Perché tengo questo blog, anche se non so nemmeno se e chi lo legga?
Forse scrivere non serve proprio a niente - e ciononostante, una volta iniziato, quell'abitudine che ci porta a continuare a farlo permane. C'è una tensione che da un certo punto in poi ci abita, tensione verso la scrittura perfetta - l'espressione perfetta, l'espressione che dice tutto quello che c'è da dire - che fa sì che l'autorivelarsi del nostro carattere in righe di testo lanciate contro il nulla assuma ogni volta la fisionomia di una lotta d'amore. Finché alla fine ti lasci andare.

Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris.
Nescio, sed fieri sentio et excrucior.


Neanche amare serve a niente. E la storia? Ma se buttiamo via l'"utile" stesso - perché in effetti non serve a niente - come dire ancora cosa resta da fare? Allora giustamente si introduce il concetto di "grazia" - la gratuità del bello. Ma, al tempo stesso, così ti trovi di nuovo e sempre nel deserto, dove il niente e il desiderio si contendono le tue giornate, rischiarati a volte da un lampo di tempo sul tempo, con i "campanelli nella testa" - che poi magari ti illudi di scrivere. Ma no, non puoi: la tensione stessa verso lo scrivere è quel campanello, e tu ti fai suonare dal campanello ed è già tutto finito, oltre i confini del ring; del mondo moderno. Ai margini, a smarginare questa s-graziata forma di vita, c'è sempre l'impegno politico, civile, sociale; quanto a dire la speranza che questa copula faccia figli. Ma tu sei ancora single.
Già perché prima ancora, a monte, c'è l'immagine di un lettore, dell'Altro che ritorna ossessivamente in queste scritture corsare, perché sono tutte sofferte per lui. Per ucciderlo, svuotarlo, sadianamente. Trovarlo. Mi chiedo, se tu davvero in questo momento stai leggendo queste righe, sei tu per me quell'Altro? Ovviamente no, se mi parlerai. E non se non mi parlerai rimarrai un fantasma. E' questo il gioco.
Mi pare però a volte che siamo veramente molto soli fra le persone, e che l'Altro sia talmente altrove da sparire del tutto. L'eros non c'ha più voglia, se non ci sono i soldi. Parole come "disintegrazione del tessuto sociale" o "feticismo della merce" vengono scritte, e ci aiutano a dare una misura ai fenomeni. Reificazione dei rapporti come isterismo ben mascherato. Ma la questione è più ampia, forse ancora non chiara nemmeno a sè stessa, da definirsi e solo in seguito magari comprendersi. E scrivere allora può davvero diventare la compenetrazione fra la grazia del suo depensarsi e la battaglia costante per ritagliargli uno spazio sociale, benefico, stimolante - dove sia, una buona volta, ancora, per un po', possibile.

Intanto si chiudono lentamente le porte dell'arsenale, la brezza di un'era va a morire e i riflessi bianchi sulle onde invitano al sonno. Basta poco, vedete? Chè scrivere queste due righe mi ha ripagato d'ogni fatica.

venerdì 4 aprile 2014

[Le origini della specie]

L'io, questo al di là dell'Altro...

Il fenomeno, questo al di là del concetto...

... non sono anche immediatamente la "vita vera", di contro all'"astratta filosofia"?

Così impariamo che la verità ama nascondersi, sì - ma soltanto quando la trovi (perché, io credo, ama essere trovata fino all'eccesso).

mercoledì 2 aprile 2014

Prospettive storico-psichiatrico-teoretiche sul buon caffè invernale (parte II)

Filosofia del linguaggio

Secondo: piccola teoresi dell'incontro come reciproco dono.

Torniamo ora al momento del caffè in quanto tale. Il carattere feticistico del capitalismo può forse spiegarne la storia; il fondamento neurologico dei nostri stati di coscienza può forse darne una caratterizzazione strutturale. Ma non dimentichiamoci che, in quanto esseri umani, dobbiamo sempre proiettare ciò che per noi ha valore su un orizzonte di trascendimento del conosciuto. Quel momento in cui incontro il barista, lo saluto, vivo con egli un reciproco ri-conoscimento, con tutto il suo carico affettivo di risveglio di un'acuta - per quanto sempre in divenire - percezione del senso della vita; quel piacere che inizia e forse quasi consiste nel fisiologico - ma che irriducibilmente appare come altro - io dico che non può in alcun modo essere ridotto ad una spiegazione scientifica. O, per meglio dire, la spiegazione scientifica è una ri-velazione, per dirlo heideggerianamente, di una verità che costitutivamente trascende lo spiegare. Ci sono stati momenti in cui, incontrando il barista, ho visto nei suoi atti un invito a comprendere problemi che fino a quel momento mai avrei potuto immaginare.
Non dico in fondo niente di nuovo: l'epopea della fenomenologia novecentesca si basa, al di là della diversa consistenza metafisica o antropologica delle varie posizioni, proprio su questo fondamentale riconoscimento. Mi distingue da essa - per quanto so di questi argomenti, per me ancora poco esplorati - un concetto squisitamente wittgensteiniano (e che poi sto ritrovando in Hegel) della vacuità e in ultima istanza dispensabilità del fenomeno come datità, come autoevidenza, come, per l'appunto, fenomeno stesso. Di fatto, io credo, il fenomeno è prima di tutto un termine del linguaggio e finanche un concetto, e dunque un qualcosa che preesiste e sopravvive al suo essere percepito e che ha le sue radici nella logica della vita, prima che nella percezione (sebbene sostanzi di sè e dia per così dire il corpo ad ogni percezione). Ma se ora io volessi evitare di cadere scontatamente in una discussione sui pro e i contro dell'approccio fenomenologico a questo - filosoficamente vitale - problema, potrei infine rivolgervi una domanda: è possibile, o è magari persino già stata realizzata, una fenomenologia che permetta di tracciare il fenomeno come ciò che si dà al soggetto e che dal soggetto, non tramite un'intenzionalità trascendentale, ma tramite l'intenzionalità del linguaggio, riceve infine la propria forma?
In altri, più semplici termini: siamo noi in grado di comprendere il nostro stesso vivere come poesia?

(Dice Wittgenstein nella vecchiaia: "Le parole sono azioni." Ma se è così allora anche le percezioni! Infatti: "Come si può per tutta la vita viaggiare nello stesso piccolo paese e credere che non ci sia nulla al di fuori di esso!")

domenica 30 marzo 2014

[Il discorso del padrone]

Il rovescio della sexytudine

"Quando si tratta di godimento, si comincia con il solletico e si finisce arsi vivi con la benzina."

J. Lacan, seminario Il rovescio della psicoanalisi

(Perché il desiderio è una faccenda importante.)

mercoledì 26 marzo 2014

Prospettive storico-psichiatrico-teoretiche sul buon caffè invernale (parte I)

"Bar" è un termine di etimologia incerta. Unanimemente riferito all'inglese rinascimentale, per alcuni sembra riferirsi alla "sbarra" (bar) a cui ci si appoggiava fin da allora per prendere qualcosa da bere, per altri si riferisce alla sbarra che in America Latina separava il bancone alcolici dal resto del bar, mentre per altri ancora sembra riferirsi alle sbarre sopra il simbolo degli alcolici nel periodo in cui in Inghilterra era proibito il loro uso. Poco male: io sono, per varie ragioni, astemio. Per me il bar è principalmente luogo del caffè, specialmente in inverno, quando la sosta fumosa fra le luci incerte delle strade presso il bancone familiare significa tanto momento di riposo quanto energetica e scaramantica consumazione d'un amaro intruglio nero.
Riflettevo nei giorni scorsi su quale potesse essere l'argomento del primo pensiero di questo blog; ero al bar e stavo prendendo il caffè. Familiare, il barista mi veniva in soccorso con sollecitudine, e, doverosamente ringraziato, mi regalava l'usuale piccolo cameo di relazione sociale ancora vagamente genuina. Ed ecco che ho pensato: inizierò con umiltà (aderenza all'humus, alla terra di noialtri); inizierò proprio da ciò che provo e penso in questo momento, così apparentemente banale, eppure così ricco di spunti riguardanti il senso della nostra vita. Qui ne menzionerò un paio.

Primo: la relazione fra la mia gioia baristica, il capitalismo, la psichiatrìa e l'eros.
Vado al bar a prendere il caffè piuttosto spesso da poco meno di tre anni; prima lo facevo molto raramente. Ho iniziato perché, quasi per caso, ho scoperto come d'inverno, quando la tendenza ad una certa depressione clinica si fa in me piuttosto netta, la bevanda in esame avesse il potere di regalarmi un certo sollievo umorale. Ho continuato perché, pian piano, il piacere di spendere qualche moneta di propria proprietà per regalarsi un certo sollievo e un momento di riposo ha acquisito per me un valore di intimo soddisfacimento personale. Sorge quindi la domanda: quanto c'è di masturbatorio in questi nostri piccoli piaceri economici?
Potrebbe sembrare una domanda oziosa, per non dire essa stessa masturbatoria, se non fosse che uno sfondo di pensieri la prepara: in primis la questione ancora non completamente esplorata del rapporto fra eros e capitalismo. Si sa che, da Marx in poi (vado per relata, non ho ancora avuto modo di leggerlo), il capitalismo si regge sulla creazione di valore tramite lo sfruttamento del lavoro salariato allo scopo di vendere merci ai medesimi lavoratori ad un prezzo creato ad hoc e far così lievitare il capitale. E' il prodromo al cosiddetto "feticismo della merce" - quello che noi oggi frettolosamente etichettiamo come consumismo. La domanda che ponevo poc'anzi, se generalizzata, si potrebbe forse porre in questi altri termini: quanto di questo feticismo e del consumismo su cui si regge la nostra (morente) forma di vita si fondano sul bisogno di compensare un paralizzante deficit affettivo - e quindi anche erotico - che poi forse, tramite ulteriori indagini, potremmo scoprire essere causato dalla medesima forma di vita borghese inauguratasi con la fine delle società religiose tradizionali? Questo per me è un argomento molto attuale, su cui ho già scritto qualcosina e su cui, se il dio vorrà, in futuro cercherò di scrivere ancora. E' bastato un caffè, con il suo timido piacere, a richiamare tutto il treno fino alla mia consapevolezza.
E, parlando di consapevolezza, vorrei aggiungere una piccola appendice: qual è il ruolo della costituzione neurologico-psichiatrica dell'uomo in questi fenomeni? Si potrebbe ad esempio sostenere che all'origine della mia abitudine caffeistica ci sarebbe semplicemente il suo piacevole effetto serotoninergico (o qualcosa del genere), a compensazione dei miei squilibri umorali, che poi per effetto pavloviano ingloberebbe l'intero complesso di azioni connesso alla bevanda. Ma, e qui sta il punto, come può questo punto di vista scientifico (e forse già scientistico) interagire con le precedenti osservazioni, che di fatto instaurano una dialettica di senso a mo' di ponte fra la bevanda e il complesso dei miei usi intorno ad essa? E, di nuovo generalizzando: quanto del disturbo psicologico si innesta su un retroterra psichiatrico, e quanto di quel retroterra psichiatrico - a sua volta - si innesta forse su fenomeni socio-culturali spesso misconosciuti e così ampi da risultarci invisibili? Avendo molto a che fare con la psichiatrìa, ho la netta sensazione che in questo campo si dovrebbe fare di più.

Il che, in qualche modo, mi introdurrà alla seconda parte.