La poesia filosofica: ciò cui ricorsi, negli anni universitari, come una transizione, per dare un senso progressivo, costruttivo, persino etico a quella periodica ansia espressiva per la quale credevo di dover trovare una giustificazione. Ciò produceva spesso risultati macchinosi, insinceri, falsamente trionfali: la tipica malattia dell'uomo investito dalla "missione spirituale", per la quale non solo bisogna pensare di stare su una via, ma bisogna anche far finta, prima di tutto di fronte a sè stessi, che codesta via ti renda "perfettamente" felice. La poesia filosofica era un tentativo reiterato, un po' ossessivo, di descrivere e accennare a questa via fittizia verso il sublime.
La mente è quella scatola
cava e aperta all'intorno
infinito. Va avanti
senza ritegno e, forse
in sogno, al modo di un ago
traccia un ordito privo
di inizio - o di ritorno.
Sostegno al suo vagare
non v'è, anche se pare:
tutto ciò ch'è digesto
si fa prima presenza,
poi gesto, poi corpo e
poi assenza. Pressappoco
così si tesse il vivo,
un gioco intorno al tempo,
una posta di scie
che saziano a vicenda
la sete. Non c'è sosta.
Come vorrai afferrare
sia l'io che il mondo se
non c'è una locanda ove
fermarli? Pure, io ricordo.
Come lo specchio pare
predire e figliar nuova
copia d'ogni faccenda
che avanti gli appare, anche
chi vaga e sente cova,
cupido - e non indaga.
E' la luna nel secchio.
Certo non è vero astro,
ma più simile a un eco
o opportuna assonanza,
incastro e nuovo e vecchio
onde tu trai l'usanza
de' concetti di "fuori"
e di "dentro", di "falsi"
e di "veri". Anch'io
se mi cerco da solo
quasi rientro e rivivo
un elenco di "ieri",
a cui inver non arrivo.
Allor è come andare
per campi attraverso una
via che ha visto di fiori,
cimiteri e di sterco.
E' la mia, chè ne son
penna, tratto, cornice
e pittore; ma dietro
i colori è il mistero:
il suo strano valore.
Già... come se si fosse già "arrivati", e, da una finestra, al tramonto, si contemplasse il cammino fatto, che è totalmente visibile, e insegna l'ovvio. Ma questa poesia, credo, ha dei meriti: in primis il modo in cui la visibile tendenza a moltiplicare il più possibile, anche a caso, i legami fonetici, a cascata, di verso in verso, per giunta in un parossismo di settenari veramente da ipermetrica, si lega in qualche modo al tema. Si ha infatti davvero la sensazione di una rete di scie, spontanee, casuali, a metà fra il soggettivo e l'oggettivo (non-locali), che l'un l'altra si richiamano in continuazione, senza costrutto, a cascata, come se questa descrizione (significato) di un'immagine filosofica del processo "mente" fosse essa stessa un flusso parte di quel processo, essa stessa il viaggio di cui parla (significante). In questo modo quello che si metterebbe in mostra in questa sorta di filastrocca sarebbe proprio un'ipotesi di costruzione di una logica del senso a partire, come dire, dal puro niente prosodico.
Certo, non è, come sempre nel caso di queste mie proto-poesie, qualcosa di del tutto voluto o consapevole. Ma fa piacere pensare che le proprie ossessioni, anche quando puramente patologiche o frutto di immaturità, tornereranno presto o tardi utili a qualcuno - o a un discorso sul senso della vita.
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domenica 25 maggio 2014
La mente (inverno-primavera 2008-2009)
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domenica 6 aprile 2014
(senza titolo) (2013)
Riponi dunque codesto compasso;
accatastiamo gli strumenti
oltre il cerchio della luce
agli animali,
ove si va a tatto e se è inverno
dolenti.
Ah, esser come gli animali: i
salvatici cani la domenica mattina,
generosi, latranti,
cacanti, odorosi...
ansiosi di invaghita selvaggina.
Quasi mi chiedo se il problema sia...
di verso.
(quest'inciampo del pensiero,
ostacolo ostinatamente ricercato
tardi alla sera, il culo inchiodato
avaro alla seggia...)
- ma facendo così ho già divagato.
E allora via,
vieni, andiamo via da qui,
per i campi di quel verde bagnato
che ricordi ancora inerme,
laggiù ai vagiti del peccato, la prima
comunione...
già soli al sole freddo e internale,
fra crinoline di nebbia
cocciuta ai bassi delle strade,
quando strano era ideare
il potere,
strano
chi vedevo vedermi osservare
l'ostia in processione dall'altare
- il corpo
di Dio.
Fin da allora la forma prese a puzzare.
Vorrei, te ne prego, ritrovare
il colore viscerale,
l'aria
ch'arieggia la mente,
un caldo centrale temporale.
L'emozione.
Qualcosa che cambi
incessantemente
- come il tempo;
che come il tempo ci corrisponda.
Ricordi quando giacendo ai
colpi di cannone della sorte
del cervello, il tremendo dolore
fissandoti a giorni sdraiato
sotto al circolo del sole in quella
brandina,
davanti casa...
quanto
pieno fu il senno
di quei sottili cambiamenti?
I cenni
affabili
della brezza
tranquilla,
della folata
di vento, la luce a nascondino
colle palpebre silenti, febbricitanti...
insegnandoti
a guadagnarti il pane,
scampare la giornata...
Se ricordi, lascia andare troppi accordi:
sii poeta,
quanto a dire scrivi del che
passa dal mattino alla sera
agli angoli delle strade che tu
appropriatamente
assiduo frequenterai;
come se fossero quelle brezze, quelle
carezze
- come fossero nuvole
che sogni nel dormiveglia sporco
dopo una festa.
Basterà una parola
a far musica acre, fumosa,
popolare, persino,
figurazione già
matura,
prima che la mola e la lima
che troppo osa
la insuperbiscano e resti
sola, sola,
troppo sola.
(sola come me, quando fuori
cerco il calorfiamma di un sorriso,
quasi le donne mi intuissero
errori o orrori che io non vedo,
quaggiù nel deserto mio decennale.
E sono strade, ed è luce serale
e freddo).
E sono strade, ed è luce serale
e freddo:
scusami, parlo troppo
di me
e parlo male. Neanche so il perché
(ne se'l sapessi potrei'l dire).
Ma prova, ti prego, a ululare
un ultima volta, come il cane che sei,
oltre
quel dire,
perché
- perdona l'ardire -
c'è bisogno.
Lascia stare la parola.
Soffia
sulla brace del cuore e una creatura
ascolta
(come il fumo)
nascere, densa
non dalla misura - non dal comparare
ma da questo dolce naufragar del sentire,
giù
giù
in quel mare che non pensa.
(Prova finché l'ansia non si addensa!)
accatastiamo gli strumenti
oltre il cerchio della luce
agli animali,
ove si va a tatto e se è inverno
dolenti.
Ah, esser come gli animali: i
salvatici cani la domenica mattina,
generosi, latranti,
cacanti, odorosi...
ansiosi di invaghita selvaggina.
Quasi mi chiedo se il problema sia...
di verso.
(quest'inciampo del pensiero,
ostacolo ostinatamente ricercato
tardi alla sera, il culo inchiodato
avaro alla seggia...)
- ma facendo così ho già divagato.
E allora via,
vieni, andiamo via da qui,
per i campi di quel verde bagnato
che ricordi ancora inerme,
laggiù ai vagiti del peccato, la prima
comunione...
già soli al sole freddo e internale,
fra crinoline di nebbia
cocciuta ai bassi delle strade,
quando strano era ideare
il potere,
strano
chi vedevo vedermi osservare
l'ostia in processione dall'altare
- il corpo
di Dio.
Fin da allora la forma prese a puzzare.
Vorrei, te ne prego, ritrovare
il colore viscerale,
l'aria
ch'arieggia la mente,
un caldo centrale temporale.
L'emozione.
Qualcosa che cambi
incessantemente
- come il tempo;
che come il tempo ci corrisponda.
Ricordi quando giacendo ai
colpi di cannone della sorte
del cervello, il tremendo dolore
fissandoti a giorni sdraiato
sotto al circolo del sole in quella
brandina,
davanti casa...
quanto
pieno fu il senno
di quei sottili cambiamenti?
I cenni
affabili
della brezza
tranquilla,
della folata
di vento, la luce a nascondino
colle palpebre silenti, febbricitanti...
insegnandoti
a guadagnarti il pane,
scampare la giornata...
Se ricordi, lascia andare troppi accordi:
sii poeta,
quanto a dire scrivi del che
passa dal mattino alla sera
agli angoli delle strade che tu
appropriatamente
assiduo frequenterai;
come se fossero quelle brezze, quelle
carezze
- come fossero nuvole
che sogni nel dormiveglia sporco
dopo una festa.
Basterà una parola
a far musica acre, fumosa,
popolare, persino,
figurazione già
matura,
prima che la mola e la lima
che troppo osa
la insuperbiscano e resti
sola, sola,
troppo sola.
(sola come me, quando fuori
cerco il calorfiamma di un sorriso,
quasi le donne mi intuissero
errori o orrori che io non vedo,
quaggiù nel deserto mio decennale.
E sono strade, ed è luce serale
e freddo).
E sono strade, ed è luce serale
e freddo:
scusami, parlo troppo
di me
e parlo male. Neanche so il perché
(ne se'l sapessi potrei'l dire).
Ma prova, ti prego, a ululare
un ultima volta, come il cane che sei,
oltre
quel dire,
perché
- perdona l'ardire -
c'è bisogno.
Lascia stare la parola.
Soffia
sulla brace del cuore e una creatura
ascolta
(come il fumo)
nascere, densa
non dalla misura - non dal comparare
ma da questo dolce naufragar del sentire,
giù
giù
in quel mare che non pensa.
(Prova finché l'ansia non si addensa!)
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