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venerdì 30 maggio 2014
[11. Commuoversi per cose che non vede nessuno]
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domenica 27 aprile 2014
Mortal Coils
Per oggi infatti non intendo aggiungere altro.
Batti e ribatti
fondono carni
sull'Altare-Forgia
della Macchina.
Acque bollenti
spume
ora vermiglie
- scarto del Sacrificio -
scricchiolano gocciolanti.
E già gli scarichi
gemono
questa pressione
che illimita
l'usura.
La diagnosi di un intero sistema paese si esplica qui come immagine terrea e perentoria. C'è, io credo, un innegabile legame fra l'estrema sofferenza, la visionarietà e la capacità profetica: in tutti i casi si tratta di sentire le cose molto profondamente - eventualmente poi balbettandole, senza ovviamente capire. Questa è, io credo, la grande risorsa dell'arte moderna: la forma si fa grido, compiutamente soggettivo, scavando così nel disagio e cercando di definirsi come verità, invece che nella sua rappresentazione. Di qui, peraltro, la tensione tutta tipicamente moderna dell'opera d'arte verso il "dire sè stessa" (che altri poveri di spirito in filosofia cercheranno di spazzare sotto il tappeto come "metalinguaggi" o spazzatura del genere).
Che altro dire? Le immagini di sofferenza, quando sono depurate della sofferenza stessa e si stagliano nitide contro il cielo di una pagina, di una tela, possono essere molto gioiose. Si tratta del puro piacere dell'espressione, che può emergere solo nell'estremo, e che smarrisce finalmente l'"io penso" di stocazzo per essere puramente soggetto che (si) parla.
Questo povero frammentino qui sopra non intuisce forse granché di tutto questo. Ma mi piace evocare qui, sul filo di una scrittura nervosa, ciò che io oggi, affettuosamente, vi posso vedere. Anche questo, in fondo, è amore.
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domenica 6 aprile 2014
(senza titolo) (2013)
Riponi dunque codesto compasso;
accatastiamo gli strumenti
oltre il cerchio della luce
agli animali,
ove si va a tatto e se è inverno
dolenti.
Ah, esser come gli animali: i
salvatici cani la domenica mattina,
generosi, latranti,
cacanti, odorosi...
ansiosi di invaghita selvaggina.
Quasi mi chiedo se il problema sia...
di verso.
(quest'inciampo del pensiero,
ostacolo ostinatamente ricercato
tardi alla sera, il culo inchiodato
avaro alla seggia...)
- ma facendo così ho già divagato.
E allora via,
vieni, andiamo via da qui,
per i campi di quel verde bagnato
che ricordi ancora inerme,
laggiù ai vagiti del peccato, la prima
comunione...
già soli al sole freddo e internale,
fra crinoline di nebbia
cocciuta ai bassi delle strade,
quando strano era ideare
il potere,
strano
chi vedevo vedermi osservare
l'ostia in processione dall'altare
- il corpo
di Dio.
Fin da allora la forma prese a puzzare.
Vorrei, te ne prego, ritrovare
il colore viscerale,
l'aria
ch'arieggia la mente,
un caldo centrale temporale.
L'emozione.
Qualcosa che cambi
incessantemente
- come il tempo;
che come il tempo ci corrisponda.
Ricordi quando giacendo ai
colpi di cannone della sorte
del cervello, il tremendo dolore
fissandoti a giorni sdraiato
sotto al circolo del sole in quella
brandina,
davanti casa...
quanto
pieno fu il senno
di quei sottili cambiamenti?
I cenni
affabili
della brezza
tranquilla,
della folata
di vento, la luce a nascondino
colle palpebre silenti, febbricitanti...
insegnandoti
a guadagnarti il pane,
scampare la giornata...
Se ricordi, lascia andare troppi accordi:
sii poeta,
quanto a dire scrivi del che
passa dal mattino alla sera
agli angoli delle strade che tu
appropriatamente
assiduo frequenterai;
come se fossero quelle brezze, quelle
carezze
- come fossero nuvole
che sogni nel dormiveglia sporco
dopo una festa.
Basterà una parola
a far musica acre, fumosa,
popolare, persino,
figurazione già
matura,
prima che la mola e la lima
che troppo osa
la insuperbiscano e resti
sola, sola,
troppo sola.
(sola come me, quando fuori
cerco il calorfiamma di un sorriso,
quasi le donne mi intuissero
errori o orrori che io non vedo,
quaggiù nel deserto mio decennale.
E sono strade, ed è luce serale
e freddo).
E sono strade, ed è luce serale
e freddo:
scusami, parlo troppo
di me
e parlo male. Neanche so il perché
(ne se'l sapessi potrei'l dire).
Ma prova, ti prego, a ululare
un ultima volta, come il cane che sei,
oltre
quel dire,
perché
- perdona l'ardire -
c'è bisogno.
Lascia stare la parola.
Soffia
sulla brace del cuore e una creatura
ascolta
(come il fumo)
nascere, densa
non dalla misura - non dal comparare
ma da questo dolce naufragar del sentire,
giù
giù
in quel mare che non pensa.
(Prova finché l'ansia non si addensa!)
accatastiamo gli strumenti
oltre il cerchio della luce
agli animali,
ove si va a tatto e se è inverno
dolenti.
Ah, esser come gli animali: i
salvatici cani la domenica mattina,
generosi, latranti,
cacanti, odorosi...
ansiosi di invaghita selvaggina.
Quasi mi chiedo se il problema sia...
di verso.
(quest'inciampo del pensiero,
ostacolo ostinatamente ricercato
tardi alla sera, il culo inchiodato
avaro alla seggia...)
- ma facendo così ho già divagato.
E allora via,
vieni, andiamo via da qui,
per i campi di quel verde bagnato
che ricordi ancora inerme,
laggiù ai vagiti del peccato, la prima
comunione...
già soli al sole freddo e internale,
fra crinoline di nebbia
cocciuta ai bassi delle strade,
quando strano era ideare
il potere,
strano
chi vedevo vedermi osservare
l'ostia in processione dall'altare
- il corpo
di Dio.
Fin da allora la forma prese a puzzare.
Vorrei, te ne prego, ritrovare
il colore viscerale,
l'aria
ch'arieggia la mente,
un caldo centrale temporale.
L'emozione.
Qualcosa che cambi
incessantemente
- come il tempo;
che come il tempo ci corrisponda.
Ricordi quando giacendo ai
colpi di cannone della sorte
del cervello, il tremendo dolore
fissandoti a giorni sdraiato
sotto al circolo del sole in quella
brandina,
davanti casa...
quanto
pieno fu il senno
di quei sottili cambiamenti?
I cenni
affabili
della brezza
tranquilla,
della folata
di vento, la luce a nascondino
colle palpebre silenti, febbricitanti...
insegnandoti
a guadagnarti il pane,
scampare la giornata...
Se ricordi, lascia andare troppi accordi:
sii poeta,
quanto a dire scrivi del che
passa dal mattino alla sera
agli angoli delle strade che tu
appropriatamente
assiduo frequenterai;
come se fossero quelle brezze, quelle
carezze
- come fossero nuvole
che sogni nel dormiveglia sporco
dopo una festa.
Basterà una parola
a far musica acre, fumosa,
popolare, persino,
figurazione già
matura,
prima che la mola e la lima
che troppo osa
la insuperbiscano e resti
sola, sola,
troppo sola.
(sola come me, quando fuori
cerco il calorfiamma di un sorriso,
quasi le donne mi intuissero
errori o orrori che io non vedo,
quaggiù nel deserto mio decennale.
E sono strade, ed è luce serale
e freddo).
E sono strade, ed è luce serale
e freddo:
scusami, parlo troppo
di me
e parlo male. Neanche so il perché
(ne se'l sapessi potrei'l dire).
Ma prova, ti prego, a ululare
un ultima volta, come il cane che sei,
oltre
quel dire,
perché
- perdona l'ardire -
c'è bisogno.
Lascia stare la parola.
Soffia
sulla brace del cuore e una creatura
ascolta
(come il fumo)
nascere, densa
non dalla misura - non dal comparare
ma da questo dolce naufragar del sentire,
giù
giù
in quel mare che non pensa.
(Prova finché l'ansia non si addensa!)
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